Lui & Lei
Il ritorno del pistolero prodigo - Parte 1
18.01.2026 |
570 |
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"Rimasero così, uniti, il respiro affannoso che era l’unico suono nella stanza, insieme al ticchettio di un orologio a muro..."
Parte 1 – Ritorno a casaIl sole picchiava implacabile sulla polvere rossa di Rattlesnake Creek, trasformando l’aria in un forno immobile. Sul marciapiede di legno del saloon “Il Toro Sudato”, Jack si sistemò il cappello a tesa larga, osservando la strada deserta. A trent’anni suonati, il suo corpo era ancora quello di un uomo abituato a stare in sella: spalle larghe, mani callose che sapevano stringere una pistola o una fune con uguale fermezza. Era tornato in quella buca di frontiera dopo quindici anni passati a fare il pistolero a contratto, il guardiano di mandrie, qualunque cosa pagasse bene. Ora che la febbre dell’oro era finita e le guerre di mandria erano un ricordo, si era ritrovato con un sacco di soldi e nessun posto dove andare. Così si era ritrovato a cavalcare verso l’unico posto che un tempo aveva chiamato casa.
Smise di rimuginare non appena la vide uscire dal negozio di alimentari, una sporta di provviste al braccio. Eliza. La riconobbe subito, anche se il tempo aveva scolpito sul suo viso linee che prima non c’erano. I capelli, quel rosso fuoco che sembrava rubare luce al sole, erano gli stessi. E quel corpo, Dio buono, quel corpo. Da ragazzo a sedici anni, quando faceva il garzone alla fattoria di suo padre, la guardava mentre aiutava sua madre nelle faccende. Lei ne aveva diciotto ed era già promessa a Jed McCready, il più grosso allevatore della contea. Una promessa diventata matrimonio prima che Jack potesse anche solo pensare di dirle una parola. Jed era morto nove anni prima, la notizia della tragedia era arrivata persino a lui, caduto da cavallo durante un temporale. Lasciandola vedova, ricca, sola e senza figli, in una grande casa.
Eliza incrociò il suo sguardo, si fermò, un lampo di riconoscimento nei suoi occhi verdi. «
Jack? Jack Colter? Santo cielo, sei proprio tu?»
«In carne e ossa, Eliza,» disse lui, toccandosi la falda del cappello. La voce gli era venuta più roca del solito.
«Ma che piacere! Quanti anni sono passati! Credevo fossi morto in qualche sparatoria o finito sepolto in qualche miniera,» scherzò, avvicinandosi. Il vestito semplice di cotone non riusciva a nascondere le curve che avevano fatto impazzire mezza contea: il seno generoso che tendeva la stoffa, i fianchi ampi, il sedere pieno e sporgente che a tanti faceva girare la testa.
«E invece sono vivo e vegeto.»
«Sei tornato per restare?»
«Forse. Non so ancora neanche perché sono qui.»
«E la famiglia? Hai portato una donna con te?»
Jack scosse la testa. «Nessuna donna. Solo il mio cavallo e la mia pistola.»
Un’ombra passò negli occhi di Eliza. «Beato te. La libertà è una cosa rara.»
Parlarono per qualche minuto, del più e del meno. Lui le disse che aveva comprato il vecchio ranch degli Henderson, quello ai confini della sua proprietà. Lei gli parlò della sua vita, di come ormai gestisse gli affari che erano di suo marito. «A volte la notte il silenzio è così forte che sento il mio stesso sangue scorrere,» disse, guardandolo in un modo che non era solo casuale.
«Una donna come te non dovrebbe stare sola,» disse Jack, e non era solo galanteria.
Eliza arrossì, un rosa che le salì dal collo fino alle guance. «Jack Colter, sei diventato un uomo diretto. Qui la gente parla.»
«La gente parla sempre. Non conta se non t’importa.»
Lei lo fissò, e in quello sguardo Jack vide non solo la donna matura, ma anche la ragazza vivace di un tempo, quella che forse, in segreto, aveva desiderato qualcosa di più di un allevatore ricco e noioso. Scambiarono due parole ancora, poi lei se ne andò, ma non prima di avergli detto: «La domenica è giorno del riposo. Di solito sono sola. Se mai ti capitasse di passare da quelle parti»
Il messaggio era chiaro. Chiarissimo.
La domenica successiva, Jack sellò il suo palomino e si diresse verso il ranch McCready. La casa era una costruzione di legno imponente, circondata da un grande cortile e da un ancor più vasto terreno. Legò il cavallo dietro il fienile, lontano dalla vista della strada.
Eliza lo aspettava sulla veranda, vestita con l’abito per la messa. Non sembrava sorpresa di vederlo.
«Sei puntuale,» disse, senza sorridere.
«Quando si tratta di certe cose, la puntualità è una virtù.»
La seguì dentro. La casa era ben arredata, aveva un’aria accogliente. Lei lo condusse direttamente in salotto e si fermò in mezzo alla stanza, girandosi verso di lui.
«Allora, Jack. Dimmi cosa vuoi veramente.»
Jack non perse tempo. In due passi la raggiunse e chiuse tra le sue braccia, le sue labbra le presero la bocca con un bacio che non aveva nulla di gentile. Era affamato. Le sue labbra erano dure, insistenti, la sua lingua che forzava l’ingresso tra i suoi denti. Lei rispose con uguale ferocia, le sue mani che gli affondavano nei capelli, tirandolo verso di sé, i suoi denti che mordevano il suo labbro inferiore con un’urgenza animale. Sentì il suo corpo premersi contro il suo, i seni pieni che si schiacciavano contro il suo petto, il calore che emanava attraverso gli strati di stoffa.
Quando si staccarono, ansimavano entrambi.
«Nella mia camera,» disse lei, la voce già roca, rotta dal desiderio.
La stanza era grande, dominata da un letto a baldacchino massiccio di quercia scura. L’odore era di cera e di lavanda, ma sotto c’era una nota più terrena, muschiata, di femmina. Eliza si voltò verso di lui e cominciò a slacciarsi il vestito con mani che tremavano leggermente, non di paura, ma di anticipazione.
«Nessun uomo ha messo piede qui da anni,» disse, lasciando scivolare il vestito dalle spalle. Cadde a terra in un mucchio di cotone. Sotto, non portava nulla.
Il suo corpo fu rivelato nella luce che filtrava dalle persiane: seni pieni, pesanti, con capezzoli scuri e già duri come pietre, un ventre morbido, fianchi larghi, fatti per partorire. E tra le gambe, una folta peluria rosso fuoco, arricciata e umida di desiderio già visibile.
Jack si liberò della sua camicia, i bottoni che volarono via sotto le sue dita impazienti. Poi sbottonò i pantaloni, lasciandoli cadere insieme alle brache. Il suo cazzo si eresse, libero, una massa di carne venata e pulsante, la cappella gonfia e violacea che puntava verso di lei come un’arma caricata.
«Dio,» mormorò lei, afferrandolo con una mano che non tremava più. Le sue dita lo circondarono, misurandone la circonferenza, la lunghezza. «Hai una pistola bella grossa, cowboy. Più di quanto avessi… sperato.»
Invece di rispondere, lui la spinse sul letto, il materasso che cedette sotto il loro peso con un gemito di legno e molle. Si mise sopra di lei, il peso del suo corpo che la schiacciò piacevolmente nel piumino. Le aprì le gambe con le proprie, rivelando completamente il suo sesso, dalle labbra gonfie e lucide. Le afferrò i polsi con una mano, glieli bloccò sopra la testa contro il legno del baldacchino. Con l’altra mano, guidò la cappella del suo membro verso la sua fica, già bagnata e calda come una fornace. La guardò dritto negli occhi, verdi e pieni di una sfida accettata.
La monta. Un verbo grezzo, da stalla. E l’unico possibile. Non una penetrazione, ma una stangata possente, un unico, profondo affondo che riempie completamente il suo canale, occupandolo, stirandolo senza pietà. Sentì le sue labbra distendersi intorno alla sua circonferenza, le pareti interne, caldissime e vellutate, stringerlo in una morsa umida e avvolgente. Un suono gutturale, un gemito strozzato, le sfuggì dalle labbra, un misto di dolore fulmineo e piacere estremo che le fece spalancare gli occhi.
«Cristo… Jack… è… ahhhh» ansimò lei, le dita che si artigliavano alle sue che le tenevano i polsi.
«Stretta» ringhia lui, la voce bassa e roca. «Così stretta. Sentilo. Sentilo tutto dentro.»
Iniziò a muoversi. A martellare. Thump-thump-thump.
Il letto scricchiolò violentemente, battendo contro il muro a ogni sua spinta con un ritmo ossessivo, Le sue anche battevano contro le sue natiche con un rumore sordo, carnoso. Ogni ritirata era quasi completa, la sua cappella lucida che appariva per un istante, imbrattata del suo succo chiaro, prima di ripiombare dentro di nuovo, con uno schiocco umido e distinto. La fotteva. La faceva godere. La sua mano le lasciò i suoi polsi per afferrarle un seno, strizzandolo con forza. Il pollice sfregò rude il capezzolo, già duro come un sassolino, e lei gemette, inarcando la schiena, artigliandogli il petto.
«Così… ahhh! Più forte!» gridava lei, la voce rotta, il respiro che le usciva a sbuffi. «Sì! Riempimi! Riempimi con quel cazzo! Sento che mi sfondi!»
Jack obbedì. Il ritmo dei fianchi divenne più veloce, più profondo, un tamburo primitivo che scandiva il loro accoppiamento. Le sue palle, pesanti e strette, sbattevano contro il perineo di Eliza. La testa del suo membro colpiva il fondo del suo utero, una sensazione di possessione totale, di invasione completa che la faceva urlare ogni volta. La montava come un animale in calore. Il sudore gli colava sulla schiena, sulle braccia, gocciolava dal suo petto sul suo seno.
«Parla,» le ordinò, il respiro affannoso. «Dimmi cosa ti sto facendo.»
«Mi… mi stai montando» ansimò lei, gli occhi vitrei dal piacere. «Mi stai rompendo la fica con quel cazzo da mulo… Dio, è così grosso… lo sento dappertutto…»
«Di chi è questa fica?» insistette lui, aumentando la velocità, i colpi che diventavano più superficiali e veloci, mirati a un punto interno che la faceva contorcere.
«Tua! È tua, Jack! Solo tua!» urlò, le unghie che ora gli scavavano solchi nella schiena.
«E questo cazzo? Di chi è?»
«Mio! È mio! Me lo stai piantando tutto… non fermarti… per l’amor di Dio, non fermarti!»
Un tremore violento la percorse, i suoi muscoli interni si contrassero come una morsa di velluto bagnato attorno al suo cazzo, e un grido gutturale, strozzato, le strappò dalla gola mentre il suo corpo si arcava incontrollabile, scosso da un’onda di pura, cieca sensazione. «Jack! Dio, Jack! SÌ!» urlò, stravolta dal godimento.
Il pistolero cavalcò L’orgasmo della donna con colpi profondi, lunghi, come delle fucilate. Le sue mani le presero i fianchi, sollevandola per cambiare l’angolo, per penetrarla ancora più a fondo. La fece girare, la mise su un fianco, una gamba all’aria. Da questa posizione, la chiavò con ancora più violenza. Ogni colpo era un urto che la faceva scivolare sul letto e lui la tirava indietro per la vita, rimettendosela sotto, dove doveva stare. il suo cazzo che scompariva e riappariva, lucido e gonfio, tra le labbra della sua fica congestionata.
«Sto per sborrare, vacca!» ringhiò Jack, la voce roca, la schiena inarcata, i muscoli delle cosce che bruciavano. «Dove la vuoi? Dove vuoi la mia sborra?»
«Addosso! Sborrami addosso, Jack! Se sono una vacca, allora marchiami! Voglio sentire il tuo calore su di me!» gridò lei, il viso schiacciato contro il cuscino.
Con un ultimo, profondissimo affondo, Jack si sfilò, afferrandosi il membro con entrambe le mani. Un tremore lo percorse dalla testa ai piedi, poi l’orgasmo esplose. Sentì le sue palle contrarsi, dolorosamente piene, e scaricare getto dopo getto di sperma caldo e denso sul corpo della sua donna. Era una sensazione violenta, primordiale, il suo corpo che si svuotava su di lei con una forza quasi dolorosa. Gemette, un suono animale, mentre dalla sua erezione pompava fuori tutta la sborra accumulata. Eliza a sua volta, stringendosi i seni, ansimava incitazioni persa nelle sensazioni.
Infine, esausto, le crollò addosso. Rimasero così, uniti, il respiro affannoso che era l’unico suono nella stanza, insieme al ticchettio di un orologio a muro.
Ripreso un minimo di fiato, Jack la liberò dal suo peso e nel farlo lo sguardo gli cadde verso il suo folto cespuglio rosso fuoco, sporcato da alcune strisce di bianca sborra. Un senso di possessione totale, cruda e fisica, lo pervase.
Eliza si girò verso di lui, esausta, il corpo coperto di un sudore brillante, i capelli rossi incollati alla fronte. Un sorriso stanco, soddisfatto, le attraversò le labbra gonfie. «Cristo santo, Jack. Mi hai… sfinita.»
«Solo Jack va bene,» scherzò lui, sdraiandosi accanto a lei, il petto che ancora ansava.
Lei rise, un suono roco. Poi la sua mano discesa, lenta, e afferrò il suo membro, ancora umido e sensibile, che guizzò sotto la sua stretta. «Non è finita, vero?» sussurrò, gli occhi che brillavano di un fuoco rinnovato. «Non ancora. Non dopo aver aspettato tutti questi.»
Si rinfrescarono con l’acqua pulita di un catino, per poi rotolare di nuovo fra le lenzuola. Eliza lo spinse sulla schiena con una determinazione che lo sorprese. Si lasciò scivolare giù dal suo petto, i suoi capelli rossi che gli sfioravano le cosce mentre la sua bocca calda e umida si chiudeva intorno al suo membro ancora molle e bagnato di loro, leccando con lentezza voluttuosa ogni traccia di seme e di lei, succhiando con una determinazione che lo fece contrarre, fino a sentirlo rinascere, tra le sue labbra vogliose.
Allora gli si mise sopra, le ginocchia che affondavano nel materasso ai suoi fianchi. Lo montò, un’amazzone in sella. Con una mano guidò il suo cazzo, di nuovo completamente eretto e dolorosamente duro, verso la sua entrata ancora colante. Lo guardò negli occhi, intanto che lo sentiva scivolare dentro, centimetro dopo centimetro, un gemito di piacere che le uscì dalle labbra quando le ebbe preso tutto.
«Dio… è ancora più grosso così,» ansimò, le mani poggiati sui pettorali sudati di lui.
Poi iniziò a muoversi. Su e giù, con un ritmo lento ma profondissimo, controllato. Ogni discesa era lenta, deliberata, sentendo ogni centimetro di lui scivolare dentro di lei. Ogni risalita quasi lo faceva uscire completamente, prima di ripiombare giù. I suoi seni ondeggiavano davanti al suo viso in un ritmo ipnotico, i capezzoli duri che chiamavano le sue mani. Lui li afferrò, l’impastò con gusto, pizzicandole i capezzoli fino a farli scuri. Lei gemette, attirando la sua attenzione sul suo volto, le sue anche che schiaffeggiavano contro le sue cosce con un umido ritmo.
«Così… ti piace?» ansimò lei, il respiro che le usciva a fiotti corti. «Ti piace come cavalco?»
«Sì, si!» ringhiò lui, le mani che le afferrarono i fianchi per guidarla, ma era lei che comandava. «Scopati da sola, impalati sul cazzo. Usalo. È tuo.»
E lo fece Eliza, controllando la profondità, la velocità, cercando il proprio lascivo piacere. Il suo viso era estatico, gli occhi socchiusi, la bocca semiaperta. Poi cambiò angolo, inclinandosi in avanti, le mani che si appoggiarono sulla testiera per bilanciarsi. Da questa posizione, poteva sfregare il suo clitoride ad ogni discesa. Un tremore la percorse.
«Qui… proprio qui…» gemette. «Ci sono, sto venendo… ahhhh!»
Jack con la faccia sepolta fra i seni di lei, leccava, succhiava, mordeva, sentendo il suo ritmo diventare frenetico, incontrollato. Quando venne, fu con un grido strozzato, il suo corpo che si irrigidì sopra di lui, la fica che si strinse intorno al suo membro in una serie di spasmi violenti, pulsanti. Lui la sentì tremare, gemere. La vide arrivare, i suoi occhi che si spalancavano, la bocca che si apriva in un urlo muto. Eliza continuava a saltargli sull’uccello, spasmodica, disperata, estraendo da lui un secondo, più violento orgasmo. Con un urlo mozzato, aggrappato alle sue natiche, s’inarco dentro di lei, svuotandosi in una serie di scosse potenti, il suo seme che la riempiva.
Infine, giacquero boccheggiati, allacciati, in un meritato sonno ristoratore.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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